Pace : Una missione di Speranza | Apostoli Oggi
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San Vincenzo Pallotti, credeva fermamente che la pace fosse la preziosa eredità di Gesù. Secondo lui, la “pace interiore” è un dono così grande che il divino Redentore, prima di lasciare questo mondo, l'ha lasciata in eredità ai suoi apostoli
Introduzione
Se c'è una cosa che porta gioia al cuore umano, se c'è un bene prezioso – oggetto della nostra speranza – a cui tutta l'umanità aspira, se, in breve, c'è un dono che è il più grande che possiamo offrire al mondo di oggi, un mondo segnato dai vari conflitti che imperversano in molte parti del globo, questo è senza dubbio la pace.
Per citare Papa Francesco, questa è la pace come «cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove […], un «cammino di ascolto fondato sulla memoria, la solidarietà e la fraternità […]».
La pace di cui parliamo in questo articolo è anche un cammino di riconciliazione nella comunione fraterna, che ci chiama a trovare nel profondo dei nostri cuori la forza di perdonare e la capacità di riconoscerci reciprocamente come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace».
Non sorprende dunque che la pace sia il primo messaggio del Risorto, né che la pace sia il prezioso tesoro che Gesù ha lasciato in eredità ai suoi discepoli. La Chiesa, consapevole della grandezza di questa eredità, l'ha sempre custodita gelosamente, al punto che alcuni dei suoi figli hanno dovuto testimoniarla nel corso della storia, a rischio della propria vita.
Attingendo all'insegnamento di Gesù Cristo, Apostolo dell'Eterno Padre, al Magistero della sua Chiesa e alla saggezza del nostro Fondatore San Vincenzo Pallotti, con questo articolo desideriamo risvegliare le nostre coscienze alla necessità di custodire fedelmente l'eredità della pace e di fare tutto ciò che è umanamente possibile per testimoniarla in questo mondo così travagliato da vari tipi di conflitto.
Pace: il dono più grande del Cristo Risorto
Secondo il Vangelo di San Giovanni, dopo la morte di Gesù, i discepoli furono paralizzati dal dolore e dalla paura. Per proteggersi, chiusero a chiave la porta della stanza in cui erano riuniti.
Nel frattempo, Maria Maddalena, seguita da Pietro e Giovanni, si recò al sepolcro e lo trovò vuoto. Inoltre, Gesù apparve a Maria Maddalena, che subito andò ad annunciare ai discepoli di aver visto il Signore.
Nonostante l'entusiasmo e la determinazione di Maria Maddalena, il suo messaggio non bastò a scacciare la paura dai cuori dei discepoli. Bisogna notare che la paura che li confinava e li paralizzava derivava dal loro timore degli ebrei, in altre parole, dei loro simili.
Questa paura dei discepoli era aggravata dall'immenso dolore per la perdita di Gesù, morto in terribili sofferenze. Tutti coloro che sono sopraffatti da una tale paura si chiudono in se stessi e non escono più dalle loro case, né si aprono al mondo interiore. Il dolore, come un cancro, li assale.
Ai discepoli, paralizzati dal dolore e dalla paura, Gesù offre un dono prezioso: la pace. Per quanto ermeticamente chiuse fossero le porte della stanza in cui erano riuniti, per quanto paralizzante fosse la loro paura e per quanto opprimente il loro dolore, Gesù venne e si fermò in mezzo a loro.
Le sue mani e il suo costato testimoniavano che era proprio lui e nessun altro. Poi pronunciò queste parole, che avrebbe ripetuto ogni volta che appariva nella sua forma risorta: «Pace a voi».
Queste parole sono così vitali che noi, discepoli del Signore, a più di duemila anni da questo evento, le pronunciamo ancora in ogni Eucaristia: La pace del Signore sia sempre con voi!
A questo punto, occorre chiarire che, seguendo l'esempio di Gesù Cristo, la pace è diventata una missione di speranza per tutti noi discepoli. Nostro Signore Gesù Cristo chiese chiaramente ai suoi discepoli: «In qualunque casa entriate, dite prima: “Pace a questa casa!”. Se vi è un figlio della pace, la vostra pace si poserà su di lui; altrimenti, tornerà a voi».
In breve, il messaggio trasmesso da Gesù risorto è la pace: la pace sia con voi! È il dono del Signore che dissipa la paura, la tristezza e l'egocentrismo in chi lo riceve. Tale è anche la nostra missione di speranza in questo mondo paralizzato non solo dalla paura dell'«altro», ma anche dal «triste vuoto» causato dal rifiuto di Dio. Infatti, «Quando Dio non c'è più, l'uomo diventa dio. E l'uomo è un dio cattivo che porta solo tempi duri: guerre, ingiustizie sociali, carestie e rivolte».
La Chiesa è promotrice e custode della pace. Con la coscienza pulita possiamo affermare che fin dalla sua fondazione, la Chiesa cattolica, portando avanti la missione del suo Fondatore, Gesù Cristo – che il linguaggio profetico chiama il «Principe della Pace» – ha insegnato e promosso la pace.
Vicina a lui, affermava Papa Pio XII, la Chiesa respira il respiro della vera umanità; vero nel senso più pieno del termine, poiché è l'umanità stessa di Dio, suo Creatore, suo Redentore e suo Restauratore.
La pace che la Chiesa di Gesù Cristo insegna e promuove è, per sua stessa natura, una pace non fondata sulla paura reciproca, sul sospetto e sulla sfiducia. Né si basa sulla minaccia – come quella posta dalle grandi potenze odierne – di una terribile distruzione che segnerebbe la rovina totale del genere umano, creato per dare gloria a Dio e per la reciproca edificazione nell'amore fraterno.
La pace che la Chiesa insegna e testimonia si fonda piuttosto sul giusto ordine delle relazioni umane, «un ordine che poggia sulla verità, è edificato sulla giustizia, trae la sua vita e la sua pienezza dalla carità e si esprime in ultima analisi efficacemente nella libertà».
Questa, dunque, è la pace a cui le nazioni del mondo aspirano come un dono senza il quale non si può sperare in un progresso costruttivo, in un benessere duraturo o in un futuro sicuro per le giovani generazioni, le famiglie e le nazioni. Questa è la pace che in definitiva diventa la missione della speranza.
Pallotti e la sua opera: eredi e testimoni di pace
San Vincenzo Pallotti, figlio fedele della Chiesa, credeva fermamente che la pace fosse la preziosa eredità di Gesù.
Secondo lui, la “pace interiore” è un dono così grande che il divino Redentore, prima di lasciare questo mondo e dopo averla proclamata più volte, l'ha lasciata in eredità ai suoi apostoli.
Per questo motivo, i suoi discepoli devono dedicarsi agli esercizi spirituali per ottenere l'eredità di Gesù Cristo, che è la pace. Consapevole del valore della pace, Pallotti consiglia ai suoi seguaci di evitare ogni occasione e situazione che possa far perdere loro il dono della pace, e li invita a prendere Gesù come modello di pace.
Per questo dice: “Dimmi dunque, figlio mio, quando contemplerai gli infiniti tesori del Divino, avrai il coraggio di perderli piuttosto che donare la pace al tuo prossimo, piuttosto che frenare i primi impulsi di ira e vendetta, piuttosto che usare un po’ di violenza contro la passione ribelle dell’irascibile?”
Per Pallotti non basta semplicemente evitare le occasioni di turbare la pace; bisogna anche diventare pacificatori.
«Ah, figlio mio», diceva, «impara ad essere pacifico dal tuo Fratello e dal mio divino Figlio Gesù: Egli è il tuo divino modello di pace; proclama e dona la pace a tutti, anche ai suoi nemici; invece di scagliare le meritate frecce della vendetta, implora, anche nella sua agonia, la pace e il perdono.
Ricorda, figlio mio, che in Gesù non hai solo il divino modello che ti esorta ad essere pacifico, ma trovi anche la grazia, la virtù necessaria per imitarlo perfettamente».
Pallotti consiglia ai suoi discepoli di diventare “operatori di pace” anche nei dettagli della vita comunitaria. In quest'ottica, rivolgendosi a un ipotetico discepolo, direbbe: “Quello che ti chiedo è questo: se mai la tua pace interiore dovesse essere turbata da un membro della Comunità, ti adopererai per la riconciliazione immediata”.
In linea con le convinzioni del suo Fondatore, l'Unione dell'Apostolato Cattolico, dono dello Spirito Santo, partecipa alla missione della Chiesa di insegnare la pace, di “forgiarla” e di testimoniarla in tutto il mondo.
Infatti, insieme a tutte le persone di buona volontà, che sono immagini viventi della carità nel suo senso più autentico, l'Unione ricorderà sempre che la sua missione è costruire la pace tra i popoli attraverso l'impegno a promuovere la giustizia, la solidarietà e la cura del creato, senza dimenticare il dialogo interreligioso.
Conclusione: «Che cosa dobbiamo fare?» (Luca 3:10-18)
Dopo che Giovanni ebbe parlato, i soldati – e non solo loro – gli chiesero:
«E noi che cosa dobbiamo fare?».
Egli rispose: «Non usate violenza contro nessuno, non fate false accuse contro nessuno e accontentatevi della vostra paga».
Senza dubbio, la risposta di Giovanni si applica a ciascuno di noi nelle circostanze della vita in cui il Signore ci ha posti. È ancora più significativa per noi che viviamo nella regione africana dei Grandi Laghi, devastata da oltre trent'anni.
Per diventare veri operatori di pace, potremmo aggiungere alla risposta di Giovanni la prospettiva sociale illustrata dalle azioni di Cristo, che si fondano su un amore che trascende il minimo richiesto dalla giustizia umana: vale a dire, dare agli altri ciò che è loro dovuto.
Dobbiamo giungere alla ferma convinzione che la logica interiore dell'amore va oltre la mera giustizia umana, fino al punto di dare ciò che si possiede. Dobbiamo aspirare a un “sempre di più”, che implica la decisione di amare non a parole o con il linguaggio, ma con i fatti e nella verità.
E come se non bastasse, seguendo l'esempio del suo Maestro, il discepolo di Cristo andrà ancora oltre, fino a donare se stesso per i suoi fratelli. Questo è il prezzo dell'autentica pace in Dio.
Domande di riflessione
• Sono consapevole della mia missione in questo mondo come pacificatore? Ho il coraggio di portare amore dove c'è odio? Quante volte ho esitato a offrire perdono dove c'è offesa?
• Non hai forse perso buone occasioni per “fare la pace” perché ti è mancato il coraggio di offrire la pace al tuo prossimo, perché non hai represso i primi impulsi di rabbia e vendetta, perché non hai esercitato un po' di autocontrollo contro la passione ribelle degli irascibili?
• Saresti disposto a fare un ulteriore passo avanti, andando oltre la logica dell'amare non a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità?