La pace nella società | Apostoli Oggi

a cura di paolo (0 commenti)

E così, nell’epoca che per la prima volta nella storia umana ha conoscenze scientifiche, tecnologie e risorse per combattere fame, povertà, epidemie, sotto-sviluppo e crisi climatica, i governi continuano a sottrarre soldi alla costruzione di una società pacificata

 

La brutale invasione russa dell’Ucraina. L’imprevedibile allontanamento dell’America dall’Europa, tra disimpegno nella difesa, delegittimazione degli organismi internazionali, mire espansionistiche sulla Groenlandia. Le strazianti carneficine di civili in Terra Santa.

Tutto sembra mettere in pericolo la pace di cui l’Occidente ha goduto per 80 anni. Tutto intorno a noi dice che il riarmo è inevitabile, che gli arsenali vanno riempiti, che anche il ritorno alla leva obbligatoria va riconsiderato.

Ovviamente a costo di tagli sulle risorse pubbliche destinate alla sanità (nonostante le promesse post-pandemiche), lo stato sociale, l’istruzione, la ricerca. Un coro pressoché unanime e trasversale alle forze politiche.

E chi esprime dubbi è bollato come “illuso e fuori della realtà”, nel migliore dei casi. O come “putiniano” o “filo-Hamas”, nel peggiore. Un pensiero unico, lugubre e rassegnato, che interpella la coscienza di tutti.

Soprattutto quella dei cristiani, cresciuti col magistero pontificio che, da più di un secolo, avverte che «la guerra è un’avventura senza ritorno» e che lo sviluppo industriale del comparto bellico è un «mercato di morte».


Naturale, dunque, tornare alla fonte della nostra fede. E nella sua stupefacente attualità il Vangelo dice cose molto più realistiche di quello che qualcuno vuol farci credere. Tra tanti, il più diretto è forse il passaggio del Discorso della montagna sulle Beatitudini. Scrive l’evangelista (Matteo 5,9): «Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

La pace di Gesù, lo sappiamo, non è solo l’assenza di guerra. È l’amore per il prossimo, la sintonia col Creatore, la gioia nel sentirsi amati come figli. Ma è anche – senza dubbio – assenza di conflitto.

E allora la «costruzione della pace», io credo, è un’indicazione - complessa ma concreta e realistica – valida anche per la politica, non a caso spesso definita dai Papi come «la forma più alta di carità».

Un approccio molto più realistico, dunque, di chi pensa che la guerra possa risolvere le controversie internazionali. Da almeno 80 anni, lo dicono i fatti, non c’è una guerra che abbia reso un paese migliore di prima. Afghanistan, Irak, Siria, Libia... Una lunga lista di fallimenti, vite distrutte, regioni condannate alla violenza cronica e all’instabilità cronica.

E allora è falso, ingannevole, irreale ripetere «se vuoi la pace, prepara la guerra». Lo scriveva nel IV secolo d.C. lo scrittore Vegezio: «Si vis pacem, para bellum». Quasi 2000 anni dopo, questa massima è ancora usata, perfino da alcuni governanti, per giustificare agli occhi dei contribuenti gli investimenti massicci nel comparto militare.

Una massima da contestualizzare nella cultura del tempo, quella di una grande civiltà del passato, fondata però sulla violenza e sulla schiavitù. La «pax romana», non dimentichiamolo, era molto differente dal concetto attuale di pace.

Gli stessi romani lo sapevano bene. «Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant», dove fanno il deserto, lo chiamano pace, scriveva Tacito nel 97 d.C. .

E dunque “costruire la pace preparando la guerra” è un’interpretazione che non solo ignora due millenni di cristianesimo e molti secoli di cultura umanista e conquiste civili, ma è anche fuori dalla realtà.

Semplicemente perché la “deterrenza”, la paura dell’avversario armato fino ai denti, non funziona più, ammesso che abbia mai funzionato. Lo dicono i fatti.

Vale la pena di andare a cercare qualche numero, per capire le dimensioni reali dell’investimento mondiale militare che – solo per guardare agli ultimi casi eclatanti dell’area euro-mediterranea - non ha evitato l’invasione russa dell’Ucraina o la spropositata reazione israeliana alla strage terroristica di Hamas.
Prendiamo in esame il sanguinoso conflitto russo-ucraino.

Mettiamo da parte, per un momento, gli otto anni di conflitto “a bassa intensità” nelle aree russofone, ignorato e sottovalutato dalla comunità internazionale. Limitiamoci alla tragica data del 24 febbraio 2022, quando colonne di mezzi blindati russi puntarono su Kiev, con l’obiettivo di decapitare il governo sgradito e sostituirlo con uno filorusso.

Un copione, fra l’altro, appena rivisto in America Latina. Il “blitzkrieg” russo però fallisce e si trasforma, per il massiccio sostegno Nato, in una devastante guerra di posizione, tuttora in corso. A dare credito alla teoria della deterrenza, il Cremlino avrebbe deciso l’attacco a un paese di fatto europeo approfittando di una debolezza dell’Alleanza atlantica.

Ma è così?
Niente affatto.

Per verificare le dimensioni degli investimenti militari dei due fronti contrapposti, all’epoca dell’invasione, ci aiuta il prezioso lavoro del Sipri, lo Stockolm International Peace Research Institute.

L’autorevole centro di ricerca ci dice che nel 2022 la Russia spendeva per le sue Forze Armate 86 miliardi di dollari. Quasi il triplo dei 33 dell’Italia, per avere un termine di paragone. Più dei 68 del Regno Unito, dei 56 della Germania, dei 54 della Francia.

E gli Stati Uniti?

All’epoca dell’invasione russa in Ucraina, Washington spendeva per le sue forze armate 877 miliardi di dollari. Sì, dieci volte la spesa di Mosca. Non solo: la Nato nel suo complesso – America più Europa – avevano destinato alle forze armate ben 1.232 miliardi di dollari.

Cioè quattordici volte la spesa russa, il 54% di tutta la spesa militare mondiale.
Una forza militare soverchiante, dunque. Ma che non ha minimamente impedito al Cremlino, guidato evidentemente da diverse considerazioni strategiche, di mettere in atto la sua brutale aggressione all’Ucraina.

E oggi? La Russia ha moltiplicato i suoi investimenti in modo esponenziale, grazie alle sue risorse energetiche e all’aiuto della Cina che gli hanno permesso di sopportare l’ondata di sanzioni economiche occidentali. Nel 2024 Mosca ha portato la spesa militare quasi al raddoppio, cioè 149 miliardi, addirittura il 7,4% del prodotto interno lordo.

Analoga la crescita nell’area Nato: gli Stati Uniti sfiorano l’impressionante cifra di mille miliardi – 997 – che è il 3,45 del Pil.

E l’Alleanza Atlantica nel suo complesso 1.506 miliardi, 274 miliardi in più in due anni.

Una deterrenza impressionante. Peccato che nessuno, oggi, avrebbe l’onestà intellettuale di affermare che viviamo in un mondo più sicuro. Evidentemente non sono le armi a creare sicurezza.

Deterrenza fallita anche in Israele, che nel 2024 ha speso 23 miliardi, ben il 4,5% del Pil, più dell’alleato americano. Affrontare da anni la questione palestinese solo con un approccio muscolare e repressivo, invece di ricercare una faticosa e complessa soluzione politico-diplomatica, ha portato ai risultati devastanti sotto gli occhi di tutti.

Prima il successo degli islamisti di Hamas, inizialmente sostenuti dal governo di Tel Aviv in modo cinico e incosciente, pur di delegittimare l’Autorità nazionale palestinese. Poi la strage del 7 ottobre.

Quindi la devastante reazione israeliana, tra tentativi di pulizia etnica e accuse di genocidio. Con ripercussioni in tutto il Medio Oriente. E tragici rigurgiti di antisemitismo nel mondo.

Si invoca il riarmo, come se gli arsenali fossero vuoti. C’è chi ha calcolato che per estinguere tutta la razza umana dalla Terra basterebbero 600 testate nucleari.

Oggi ne esistono 12 mila, venti volte tanto, custodite in nove paesi.
Magazzini strapieni di ordigni letali non hanno costituito in questi anni un freno alle guerre.

Nessuno dei governi che ha scatenato conflitti sanguinosi, stragi di civili, distruzioni di economie ed ecosistemi è stato intimorito dalla presenza, nei paesi avversari, di missili, carri armati e cacciabombardieri.

E così, nell’epoca che per la prima volta nella storia umana ha conoscenze scientifiche, tecnologie e risorse per combattere fame, povertà, epidemie, sotto-sviluppo e crisi climatica, i governi continuano a sottrarre soldi alla costruzione di una società pacificata.

Proprio in un tempo in cui il “pensiero unico bellicista” pone ai margini chi ha un pensiero diverso, i cittadini che hanno a cuore la pace – i cristiani in particolare – sono chiamati a uno sforzo in più per cambiare una cultura diffusa che considera il riarmo come vitale per gli stati.

È l’economia di guerra.
Un approccio che contrasta con quello saggiamente scelto in Italia dai padri della Repubblica dopo il II Conflitto mondiale.

La Costituzione italiana all’articolo 11 recita: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

La guerra è l’extrema ratio, mai uno strumento politico come un altro.
La verità è che i conflitti armati non nascono dal nulla, per la follia o la malvagità dell’autocrate di turno, ma sono la conseguenza di precise scelte politiche, adottate globalmente: capitalismo sfrenato, imperialismo, neocolonialismo, accaparramento delle risorse, sconvolgimenti climatici.

Sempre meno fondi per la diplomazia, la lotta alle disuguaglianze, il contrasto al riscaldamento globale. Sempre più soldi per l’acquisto di strumenti di morte e distruzione. Poi, quando gli esiti di queste politiche portano alla prevedibile esplosione dei conflitti, ci viene detto che «la guerra è inevitabile». Una menzogna.

Lo ripetono da decenni, sostanzialmente inascoltati, tutti i papi che indicano nel sistema economico che punta solo al profitto una «struttura di peccato» e il comparto industriale militare un «mercato di morte».

Come cristiani “costruttori di pace” dunque possiamo e dobbiamo iniziare a diffondere una narrazione diversa. A raccontare che la guerra non risolve, ma peggiora. Che la deterrenza non funziona, ma serve solo ad arricchire le industrie delle armi.

Che nelle nostre comunità di credenti non possiamo prendere dal magistero solo quello che ci piace, ma considerare anche la pace come un impegno ineludibile al pari della solidarietà, della difesa della vita, della tutela del creato. Possiamo collaborare alle tante iniziative che contribuiscono a costruire una società più giusta e senza guerre.

Impegnarci contro la povertà e le disuguaglianze, per l’ambiente, i diritti dei popoli, la salute, la cooperazione allo sviluppo, la finanza etica, il disarmo.
Posso raccontarvi come nella mia vita di cronista mi sia capitato, in contesti diversissimi e imprevedibili, di incontrare persone meravigliose, capaci di accendere una luce con le loro azioni nel buio della sofferenza e del dolore.

Donne e uomini, giovani e anziani. Cristiani, ebrei, anche non credenti, che a volte hanno molto da insegnare, nei fatti, a noi che non sempre viviamo con coerenza la nostra fede.

Sono testimoni che a buon diritto sono operatori di pace, persone che da anni si battono contro il riarmo nucleare, contro la corsa agli armamenti, perché il denaro speso per queto motivo potrebbe essere usata molto più efficacemente per affrontare e risolvere quelli che le Nazioni Unite chiamano gli “Obiettivi sostenibili di sviluppo”, per cui però non ci sono mai abbastanza soldi: la fame, le malattie, l’analfabetismo, la disparità di genere, la crisi
climatica, perché si preferisce investire nella guerra.

E’ un popolo di donne e uomini di buona volontà che tenacemente ogni giorno si organizza, manifesta, fa pressione sulla politica, cerca di costruire un cambiamento culturale. Operatori di pace capaci di organizzare anche grandi manifestazioni nelle piazze contro la guerra, e nel frattempo di allestire “carovane di pace” per raccogliere aiuti e portarli alle popolazioni civili bombardate.

E, inoltre, possiamo pregare, non dobbiamo smettere di pregare.
Con tenacia e ostinazione.
Per chiedere a Dio l’impossibile.
Perché con l’intercessione di Maria, Regina della Pace, tocchi il cuore dei potenti e li converta, accarezzi le vittime delle guerre e le conforti, ci liberi dal male della guerra.

Suggerimenti per la riflessione comunitaria:

1. Come si rende attuale l'insegnamento e la testimonianza degli operatori di pace?

2. Oggi, come possiamo essere segno di pace e di bene?

Luca Liverani

 

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