Giubileo dei Detenuti

a cura di paolo (0 commenti)

Dobbiamo avere più attenzione.
Non si tratta di scusare queste persone.

È come l’episodio dei due crocifissi con Gesù: uno bestemmia, l’altro riconosce la sua colpa, dicendo: "noi stiamo qui perché ce lo meritiamo, ma quest’uomo non ha fatto nulla di male".

Non chiede di essere salvato, ma chiede a Cristo: “Ricordati di me!”

 

La mia esperienza nelle carceri è iniziata a Londra, all’inizio degli anni ’70, quando ero viceparroco della chiesa di Saint Peter, la chiesa degli italiani.

Non conoscevo assolutamente quel mondo, finché un cappellano di un carcere di massima sicurezza mi propose di visitare un ragazzo italiano, Pierluigi di Vicenza, coinvolto nella droga e talmente depresso da aver tentato il suicidio.

Mi recai da lui. Per la prima volta, entrai in un carcere e l'esperienza fu traumatica. Vidi tanti altri ragazzi imprigionati per diversi motivi e quel primo incontro mi colpì profondamente.

Dopo la visita, ricordo perfettamente che, uscendo e aspettando l’autobus, piangevo. Quel contatto con il mondo carcerario mi aveva segnato in modo particolare.

Proprio da quel momento, è iniziata la mia avventura. Ho continuato a visitare i detenuti, ottenendo permessi ufficiali e, col tempo, ricevendo grande rispetto nelle strutture, tanto da avere addirittura le chiavi per accedere.

Ho conosciuto bene il mondo carcerario inglese e sono diventato cappellano carcerario. Inizialmente, mi occupavo principalmente di carcerati italiani alle prese con problemi di droga e l'insorgere dell'AIDS, piaghe esplose tra gli anni ’70 e ’80.

Negli anni ’80, si aggiunse la questione del terrorismo. Dopo i fatti del caso Moro, molti membri della lotta armata, sia di estrema destra che di estrema sinistra, fuggirono in Inghilterra e furono incarcerati a Londra.

Ho avuto tantissimi contatti, a volte meravigliosi, con tutti costoro, oltre a incontrare rappresentanti di formazioni armate irlandesi e tedesche. Con tutti cercavo un dialogo, accompagnandoli in una revisione di vita e in un cammino di carattere spirituale.

Inizialmente, alcuni erano diffidenti, pensando fossi un infiltrato, ma c’è voluto del tempo per farmi accettare e sono riuscito a entrare in dialogo, cercando di far capire loro che c’erano prospettive per una vita nuova.

Ho seguito tanti, anche quelli estradati in Italia, continuando a incontrarli nelle carceri italiane e conoscendo anche quella realtà. Ho voluto incontrare esponenti del terrorismo, sempre in carcere, famosi per omicidi di grande risonanza. Con tutti ho stretto innanzitutto un rapporto di amicizia e spesso intrapreso percorsi di profonda spiritualità e Fede.

Alcuni hanno vissuto autentiche conversioni, abbandonando la violenza e la lotta armata. Molti, una volta usciti dal carcere, hanno intrapreso una nuova vita, a volte sposandosi e avendo figli, e tanti continuano a seguire cammini di spiritualità.

Posso dire, come testimonianza personale, di aver visto ciò che Dio è capace di fare in persone macchiate dei crimini peggiori, come omicidi e terrorismo internazionale.

Nella mia esperienza, ero venuto a contatto con quella che veniva definita la spazzatura dell’umanità, ciò che la società respinge, ma proprio in essa avevo visto l’opera di Dio.

Oggi, questo mondo carcerario è forse ancora più difficile e comprendo benissimo che la gente comune ne abbia paura. Ancora oggi, nel 2025, alcune volte io stesso non vedo l’ora di uscire dal carcere, nonostante i miei 47 anni di esperienza (40 a Londra e sette in Italia).

Ho avuto la possibilità di visitare carceri di tutto il mondo, in diversi continenti: Asia, Sudamerica, Oceania.

Sono andato per vent’anni, ogni anno, a Bangkok per visitare giovani, e poi in India, Nepal, Cambogia e in molti altri paesi, incontrando le situazioni più difficili.

Ho avuto una esperienza molto forte in Irlanda ai tempi del conflitto e fui invitato a Belfast quando si era avviato il processo di pace, portando con me ex terroristi italiani per capire come in Italia il terrorismo fosse stato sconfitto.

Ho seguito anche le vicende della lotta armata dell’ETA, in Spagna. Ho maturato e ho sempre cercato di trasmettere questa convinzione, che con la lotta armata e la violenza non si risolve mai nulla, si genera solo altra violenza e odio. Occorre lavorare e arrivare alla riconciliazione.

L’altro aspetto che ha costituito il mio più grande lavoro è stato quello con i tossicodipendenti. Dopo gli anni '80, a causa della politica di sussidi inglesi, migliaia di giovani dall’Italia emigrarono a Londra.

Molti di loro erano tossicodipendenti (eroina, crack, LSD) e le carceri si sono incominciate a riempire. È stato un periodo che, per me, si è protratto per più di 20 anni, in cui migliaia di ragazzi italiani sono finiti in carcere. Un grosso problema era il rapporto con le famiglie: molte pensavano che i figli stessero lavorando a Londra; invece erano in carcere o morivano per droga.

Per me è stato molto, molto doloroso il contatto con la maggioranza delle famiglie, in particolare di Sardegna, Veneto e Lombardia. Per molti di questi giovani si è aggiunto anche il problema dell’AIDS.

Per tanti ho celebrato il funerale, spesso senza nessuno presente. Questa è stata la piaga più grande. Ciò che mi ha colpito di più è stato che molti ragazzi tornavano alla fede e si confessavano.

Ho confessato migliaia di volte questi giovani, che svuotavano il loro cuore di tutta l’amarezza, rabbia e fallimento. Io sentivo di portare su di me questo pesante bagaglio, ma dall’altra parte era bellissimo, perché significava una nuova vita.

Con tutto questo io devo dire: ho visto le meraviglie di Dio. Io sono spettatore di quello che Dio può fare nelle persone deboli, umiliate, disprezzate, solo però quando loro vogliono. Se tu vuoi, Dio ti pulisce la vita. Io sapevo che San Vincenzo Pallotti aveva una grande sensibilità verso i prigionieri.

La Chiesa deve stare vicino ai carcerati, cercando di capire cosa c’è alla radice della droga, della violenza, e della malavita. Cerco di far riconciliare ogni persona con la propria vita sbagliata perché ritrovi la sua dignità. Il Samaritano si “sporcò le mani” con il ferito. Nella mia esperienza è stato un privilegio stare con queste persone.

Devo anche osservare che il carcere, spesso, è un totale fallimento. Certamente è necessario, ma deve essere rivisto nella sua giusta dimensione.

La maggioranza dei prigionieri è tossicodipendente; se li mettiamo in carcere per anni, dove la droga è molto presente, a che serve?
Credo che il carcere debba avere più contatti con il mondo “fuori”, occorrono più volontari.

Ho constatato, purtroppo, che, una volta usciti, molti rientrano, per non avere alternative, specialmente alla droga.

Dobbiamo avere più attenzione. Non si tratta di scusare queste persone.
È come l’episodio dei due crocifissi con Gesù: uno bestemmia, l’altro riconosce la sua colpa, dicendo: "noi stiamo qui perché ce lo meritiamo, ma quest’uomo non ha fatto nulla di male". Non chiede di essere salvato, ma chiede a Cristo: “Ricordati di me!”.

In quel ladrone c’è l’espressione di tutta l’umanità che, nell’umiltà, riconosce i propri errori.
Il grande problema è la famiglia: se non la aiutiamo, avremo sempre figli abbandonati.

La missione della Chiesa è quella di curare le ferite dell’umanità, Chiesa come ospedale da campo. Vorrei dire che ogni tanto ci farebbe bene una visita in carcere, perché un giorno noi saremo giudicati non sulle Messe o sulle catechesi, ma sull'amore dimostrato: Gesù ci dirà: “Ero in carcere, e così via”.

Questo è il vero cristianesimo.
Dobbiamo camminare con molta umiltà: guardando gli altri che hanno sbagliato non siamo superbi.

 

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